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La storia

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La storia
Gli scritti riportati in questa pagina sono tratti da G. Caterini, Laino, antichissima comunità calabrese, Cosenza, 1977, e da M. Caterini, Gente di Laino, Soveria Mannelli, 1998.

Inoltre, cliccando qui, è possibile scaricare il saggio Ubicazione dell’antica, grande ed opulenta Laos, di Pasquale D’Alessandro.




Fine OttocentoPrimi Novecento - Anni ’10 - Anni ’20 - Anni ’30 - Anni ’40 - Anni ’50 - Anni ’60 



Catone, Strabone, Erodoto, Plinio, Stefano Bisanzio, Paolo Diacono, Colletta, Giannone, La Cava, Troyli, Romanelli, Giuseppe Antonini, Andrea Lombardi, Nicola Corcia, Cappelli, il contemporaneo G. Gioia e altri autori, più o meno illustri, trattano di questa città; diverse però sono le conclusioni cui pervengono quando si chiedono se essa corrisponde all’antica Lao o Tebe Lucana o ad altro centro di notevole importanza, che, comunque, per molti secoli fece sentire in una vasta zona la sua influenza.
Nei pressi della località S. Gada si ritiene, tuttavia, fosse l’antico oracolo ricordato da Strabone «...Qua Draco Laius est, multum populi periturum...», difatti il Romanelli afferma «...Presso la città ed il fiume, ma più dal lato della città, ci fé ricordo l’antichità di un tempietto, dove si vedeva un dragone in cui fu cambiato uno dei compagni di Ulisse...». Da qui la leggenda che vuole venuto a Laino, dove morì, l’eroe greco Dracone, compagno di Ulisse. Non si sa se fu la città a prendere il nome dal fiume o viceversa, né se il Lao fosse un tempo veramente navigabile, cosa, del resto probabile, che spiegherebbe ancor più la floridezza della città, tappa obbligata all’incrocio delle vie che univano lo Jonio al Tirreno. È vero invece, che nelle località S. Gada e S. Primo, in territorio di Laino, né tombe, né monete, né altri reperti si trovarono mai riferibili a Tebe Lucana, e che da oltre due secoli si vanno rinvenendo invece monete di Lao. Il La Cava, e poi il lainese Giuseppe Gioia, ritenevano che i reperti archeologici e le monete di conio rinvenute a S. Gada confermassero la tesi dell’esistenza di due Lao, una nell’entroterra, la città vera e propria, e l’altra marina, alla foce del Lao, scalo marittimo e dipendenza del grande centro, nei pressi dell’odierna Scalea. Il Lenormant sostenne che nel luogo dove sorge la odierna Laino Castello fosse ubicata la romana Lavinium (erede della più antica Laos), poi invece localizzate nelle vicinanze dello Scalo di Orsomarso, mentre la maggioranza degli studiosi ritengono che, molto verosimilmente, come si evince anche dalla Tabula Peutingeriana e dall’Anonimo Ravennate, i superstiti di Lavinium, forse costretti dalla malaria ad allontanarsi, assieme ai resti della popolazione della bassa e media Valle del Lao, scampati dagli assalti di orde barbariche, unendosi nel sito attuale, abbiamo dato origine all’odierna Laino e che Latiniano sia un’altra denominazione medioevale di questa comunità. Certamente, però, in questa località sorse una ricca, grande e potente città che batteva moneta, i cui simboli erano il vitello, la colomba e l’aquila, e aveva frequenti scambi commerciali, agricoltura progredita, mentre la gente dei Laini (chiamati anche Enotri o Italioti) evoluta e industriosa s’integrò con i greci che, giunti in Calabria, davano origine alle colonie della Magna Grecia (Magna a confronto della più piccola madre patria). Intanto tra Crotone e Sibari la guerra che si concludeva nel 510 a.C. con la distruzione di quest’ultima città, mentre parte dei superstiti, attraverso i monti del Pollino, trovavano scampo nella città dell’entroterra, sulle sponde del Lao e, più in là, sulla costa tirrenica a sud. Dopo il periodo di splendore, di circa due secoli, nel 393 a.C., col predominio in Calabria di Dionisio di Siracusa, corrispondente all’indeboli-mento di difesa delle colonie greche attaccate anche massicciamente dai Bruzi e dai Lucani (popoli guerrieri di stirpe italica), per l’evoluta e ricca città, incominciava la lenta, inevitabile decadenza, anche se la vallata del Lao, poi Vallo di Laino, tra gli altipiani appenninici di Campotenese e Galdo di Lauria, ebbe una potenza militare in tutti i secoli della storia bruzia e romana. Nel 389 a.C., cresciuta la forza e con essa il desiderio di espansione del vicino popolo Lucano, dalle terre poste a nord, questa gente guerriera muoveva contro Lao. In sua difesa accorrevano i Turii e le altre città greche confederate, Crotone e Caulonia; purtroppo, però, nello scontro finale, tra i più cruenti dell’antichità, con in campo l’esercito lucano forte di trentamila fanti e quattromila cavalieri e dove oltre duemila soldati persero la vita, nei pressi del tempio del Dragone la potenza dell’Ellenuro fu definitivamente debellata. Il prevalere dei Lucani e, dopo, l’espansione de Roma, verso la quale i Laini si dimostrarono sempre ostili, parteggiando di volta in volta per Pirro, Annibale e Spartaco (che durante i loro passaggi sostarono nel territorio di Laino) accelerarono il declino della grande città. La zona divenne terra di transito. Nel 332 a.C. nel vallo di Laino passò Alessandro il Molosso, zio di Alessandro Magno e re d’Epiro, diretto in Calabria contro i Bruzi, dopo la vittoria sui Lucani nei pressi di Pestum. Nel 317 a.C. (437 ab urbe condita) sulla riva sinistra del Lao le mura di Nerulum (l’odierna rotonda) furono conquistate dalle corti romane dei proconsoli Emilio Barbula e Giunio Bubulco. Anche Totila col suo esercito passò nel 543 d.C. per la terra di Laino. Così l’elemento greco declina, i bruzi si inurbano, tutti sono soggetti ad un processo di latinizzazione, la città si riduce a un villaggio e resta tale per tutto il periodo aureo romano. Il cristianesimo si diffonde ben presto, mentre si avvertono le ripercussioni della lunga estenuante guerra gotica, né la strada consolare Popilia, o Annia, che passa a poca distanza riesce a risollevare le sorti della città che vive tempi difficili, anzi proprio la vicinanza a quell’arteria e la conseguente esposizione ai transiti pericolosi dei Visigoti di Alarico di Vandali di Genserico indussero gli abitanti a spostarsi di un paio di chilometri più a valle, forse sulla collina S. Sebastiano, formando l’antico Laghino, poi correttosi in Laino. Il borgo venne migliorato dai Bizantini che curano l’istruzione, le condizioni di vita degli abitanti e l’edilizia. Durante le ultime vicende legate alle lotte di predominio tra Bizantini e Longobardi, elemento positivo per la zona fu il monachesimo greco-bizantino, definito basiliano dall’errata convinzione che essi seguissero la regola di S. Basilio. Questi religiosi, dalla vita esemplare, vissero prima in romitaggio poi, sempre più numerosi e affratellati, costruirono laure, cappelle, chiese e monasteri. E, appunto, con i basiliani greci, Laino assurge a centro religioso e polo di cultura tra i più vivi e importanti d’Italia, definito Regione del Mercurione (di recente, inequivocabilmente, localizzata dai più autorevoli studiosi, intorno al corso superiore del fiume Lao, ancora oggi denominato Mercure). Qui, tale era la fama raggiunta dalla cittadella che tutti i più dotti basiliani calabresi vollero soggiornarvi almeno una volta; così nel monastero di S. Joanes di Cuzca e in quelli di S. Stefano e di S. Basilio (fondato da Leonluca), sorti nelle contrade omonime di Laino Borgo, dimorarono Giovanni Italos (ritenuto il primo autentico umanista), Saba di Collesano, Elia Spelaiota, Vitale di Castronuovo, Leon Luca di Corleone, Nilo da Rossano e altri. Poi la latinizzazione, il feudalesimo, la manifesta avversione degli Angioini e lo scisma d’occidente segnarono il declino del monachesimo basiliano. I basiliani greci e bizantini, comunque lasciarono a Laino segni indelebili nella liturgia greca durata fino al 1562 e anche nelle chiese di S. Teodoro e di S. Maria la Greca (dove vennero seppelliti i nobili Sanseverino periti per difendere il castello assediato), nonché nella toponomastica locale (S. Sofia era il luogo di riunione del Consiglio dell’università di Laino, citato nell’articolo 15 degli Statuti, e l’Acqua dei monaci è una sorgiva ancora esistente in località Tavernito di Laino Borgo). In seguito il colle di S. Teodoro, per la sua posizione strategica, fu scelto dai Longobardi, in guerra con i Bizantini che stavano per soccombere, come luogo di difesa e vi fu costruito un castello (Castrum Layni) divenuto il capoluogo di uno dei sette gastaldati più importanti dell’Italia meridionale e che poi Carlo i d’Angiò fortificò e rese inespugnabile nel 1276. Dall’851 in poi il gastaldato (la più alta signoria e dignità longobarda) di Laino, che con Cosenza, Reggio e Cassano fu tra le principali città della Regione, capoluogo di un vasto territorio che andava sino all’odierna Morano e alla foce del Lao, in Calabria, e sino a Rivello nella zona che si estende alla linea di divisione naturale del Sinni in Lucania, fece parte del Principato di Salerno, a seguito del trattato di pace tra Radelchi, principe di Benevento, ed il fratello Siconolfo, in base al quale il ducato beneventano veniva diviso in due principati, appunto di Benevento e Salerno, per essere annesso, nell’896, assieme alle predette città, all’impero Greco. Nel 950 la zona fu teatro della guerra scatenata dallo emiro arabo di Palermo e vide devastazioni, incendi, e saccheggi dei saraceni vincitori, però Laino ne uscì quasi indenne. Il castello feudale di Laino, di cui ancora esistono i ruderi con bastioni speronati a torretta, adibiti a cimitero del comune di Laino Castello, ad un’altitudine di 560 m. s.m., godeva di uno scenario incantevole con tre lati a picco e dominava la vallata nel cui fondo scorre il Lao in un cañon boscoso e profondo di favolosa bellezza, denominato per il tratto più aspro Timpe Rosse, Selvaggio e Malomo. I vasti possedimenti, il Castello, la casa marchesale esistente ancora a Laino Borgo sono stati prima in dominio dei Chiaramonte, Lauria e De Cardenas e poi, sino alla fine del 1700, delle famiglie Sanseverino, Spinelli e Caracciolo, fedeli alla casa spagnola. Con la venuta dei Normanni, Laino conosce una successione di feudatari oppressori che ne riducono e ne smembrano il territorio. Così Languenum, come è detta in una bolla del 1079 dell’arcivescovo di Salerno, Alfano, è feudo della potente e bigotta famiglia Chiaromonte, che ne conserva il dominio per tutta l’epoca sveva e nel 1101 Ugo di Chiaromonte ne fa donazione all’Episcopato Cassanese di Mormanno con le terre, fino allora possedimento di Laino. Nel 1274 il Monastero Benedettino di Salerno ottiene dal feudatario di Laino, parente del grande ammiraglio Ruggero da Lauria, il possesso del convento di S. Ioannis de Cucza, fondato tra il 900 ed il 1000, dai padri Basiliani nella località S. Ianni. Nel 1221 viene costituita la parrocchia di S. Teodoro il cui culto fu portato dall’oriente.Durante la guerra dei Vespri la zona viene invasa da varie orde di masnadieri e nel 1284 Matteo Fortuna, valoroso condottiero al servizio di re Pietro d’Aragona, al comando delle terribili truppe catalano-aragonesi Amogavares sosta a Laino, di passaggio verso la Basilicata dove andava per sostenere la rivolta contro gli Angioini. La conquista della Rocca di Laino per la sua posizione e la sua importanza fu sempre oggetto di guerra tra Angioini ed Aragonesi. L’abitato di Laino Castello presenta ancora stradine ripide, vere e proprie rampe guerriere, resti di porte, torri e fortificazioni di tipica formazione medioevale. Carlo I d’Angiò, nel 1269, creò a Laino una piazzaforte militare, poi migliorata da Carlo II e che Carlo III cedette a Ruggiero di Lauria. Il Gioia dice: «nel palazzo marchesale all’angolo che sporge in piazza sorgeva una torre con diverse mansioni per i detenuti. Vedemmo già che nel 1269 negli inizii de’ tempi angioini quando cioè Laino era città regia non ancora infeudata, c’era il Castellano con dieci inservienti, questo era uffizio militare, guardava la piazza e reggeva giustizia, ma ne’ tempi posteriori venuta meno l’importanza militare della nostra piazza, ci fu il Capitano ad iustitiam guerram detto poi Governatore dal tempo dell’imperatore Carlo V in poi, divenne ufiziale civile e stava per il re e pel feudatario; con sua licenza riunivasi il parlamento, interveniva e faceva eseguire la legge; si disse pure Giudice a contratto. Quante volte il Marchese affidava il governo della Terra a qualcheduno col nome di Governatore, e ciò facevasi annualmente, questi presentava a’ Sindaci ed Eletti la patente, dietro di cui scrivevasi il verbale di ammissione in possesso del governo della terra». Morto Ruggero, nel 1310 la fortezza di Laino e i suoi possedimenti, divenuti contea, passarono prima al figlio Berengario e poi all’altra figlia Flavia, che la portò in dote al marito don Enrico Sanseverino. Laino così passò sotto il dominio della famiglia Sanseverino, fra le più nobili e ricche del regno, fedele sostenitrice degli Angioini contro la parte Aragonese. In seguito il castello venne restaurato e fortificato da re Ferdinando I, che il 9 settembre 1488 dispose di sottrarre il Capitanato Lainese ai Sanseverino, i quali avevano consolidato il loro potere ed erano benvoluti dai cittadini. A quell’epoca il conte Barnaba Sanseverino venne giustiziato per aver partecipato alla congiura dei baroni. Il 5 febbraio 1451 con bolla di papa Nicola V a Guglielmo Maradei fu assegnato un giuspatronato in Laino con titolo abbaziale. All’alba del 18 maggio 1496, il gran capitano spagnolo Consalvo de Cordova, dopo aver conquistato Cosenza, Cassano, Castrovillari e Morano, per la via del fiume, espugnò la fortezza con l’inganno e vinse la battaglia decisiva contro gli Angioini sostenuti dai francesi facendo circa 300 prigionieri tra cui il conte di Capaccio, il conte di Mileto, il fratello del principe di Bisignano e Alberico Sanseverino con altri 15 baroni, tutti condotti a Napoli alla corte di Ferdinando II. In quello scontro furono massacrati oltre duecento assediati e vi trovò la morte lo stesso Alberico Sanseverino, ferito gravemente durante la difesa della rocca. Poi Consalvo ritornò in Calabria e conquistò i possedimenti rioccupati dal maresciallo di Francia Roberto D’Aubigny, connestabile delle due Sicilie; così i francesi nel mese di agosto 1496 lasciarono il Regno, eccetto Gaeta, dove durante l’assedio muore all’età di 28 anni Ferdinando II e il regno passò allo zio Federico d’Aragona che prese il nome di Federico I. Il 17 dicembre 1497 Laino allora dalla famiglia Sanseverino passa sotto il diretto dominio aragonese, tramite ufficiali regi. Però il 9 maggio 1500 lo stesso Federico, allarmato dall’alleanza fra il re di Francia Luigi XII, successore di Carlo VIII, e re Ferdinando V, il Cattolico, re di Spagna, per 2500 ducati cedette il feudo di Laino al suo consigliere e parente don Ferrante de Cardenas, col titolo di marchese di Laino. Nel 1501 Consalvo tornò in Calabria e passò per Laino, latore di una lettera (datata 15 giugno 1500), inviata al marchese don Ferrante de Cardenas dal re Ferdinando V, il Cattolico. Nella lotta di predominio tra re Ferdinando di Spagna e re Luigi di Francia, il marchese Ferdinando de Cardenas, e quindi i lainesi, parteggiano per la casa spagnola e per Consalvo, di stanza a Barletta, impedendo nel 1502 ai francesi di impadronirsi del Castello. In quel periodo le piccole industrie lainesi, in particolare quella dei cuoiami, molto florida, e l’agricoltura, abbandonate dai cittadini in armi, rapidamente deperirono. Il 20 maggio 1504 il capitano Consalvo, vicerè di Spagna in Puglia e Calabria, grato per la fedeltà e la resistenza di Laino, concesse numerosi privilegi e franchigie due anni dopo, nell’anno di grazia 1506, la insignì del titolo di città (Arma: d’azzurro al monte di tre cime di verde, sormontato da 3 cotisse d’argento in scaglione, al centro una “L” del medesimo, accompagnata da sei bisanti d’oro scaglionati a 3 a 3 e di crescente rovesciato d’argento in capo, il tutto cimato da corona marchionale. Il moderno stemma adottato dal comune di Laino Castello è: d’azzurro alla torre al naturale, merlata di cinque pezzi torricellata e finestrata sostenuta dalla campagna di verde e sormontata a destra di una quercia frondosa pure al naturale, ornato di corona comunale). Il 4 luglio 1529 i lainesi guidati dal consigliere don Filippo Maradea per ferma decisione della coraggiosa marchesa madre, Sidonia Caracciolo, vedova di Alfonso de Cardenas e madre di Ferdinando, Leonardo, Gualtiero, Diego, Carlo, Diana e Lucrezia de Cardenas, respinse gli attacchi del capitano francese Simone Tebaldi Romano, conte di Capaccio, che tentava di impossessarsi del castello di Laino, dove avevano trovato rifugio la principessa di Stigliano, la contessa della Saponara e altre signore delle terre vicine, nonché i reduci della disfatta di Cosenza, occupata dallo stesso capitano, nonostante fossero accorsi in sua difesa con le loro compagnie il marchese di Laino Don Ferdinando de Cardenas, il principe di Bisignano e il duca di Castrovillari. Ferdinando, Leonardo e Gualtiero de Cardenas, fedelissimi all’imperatore Carlo V, combatterono per lui con milizie mantenute a loro spese e Ferdinando accorso in difesa di Amantea assieme al suocero, principe di Stigliano, cadde pure prigioniero di Simone Tebaldi. Questi allora inviò un messo alla marchese Sidonia, chiedendo la resa della fortezza in cambio della vita del figlio, ma la gentildonna, preoccupata delle sorti della sua gente, respinse con fermezza la proposta e, consegnando al messo un medaglione con lo stemma dei Caracciolo, fece sapere al capitano Simone che se Ferdinando de Cardenas veniva ucciso, c’erano altri quattro figli, pronti anch’essi a morire per vendicarlo e per l’imperatore. In seguito alla porta della rocca fu posta una lapide (ora dispersa) in versi latini che ricordava l’atto di stoico coraggio. Intanto Simone venne sconfitto da Fabrizio Pignatelli e si ritirò in Puglia. Morto di peste il maresciallo francese Lautrec e gran parte del suo esercito, Carlo V concluse la pace a Cambrais con Francesco I e a Barcellona con Papa Clemente VII e il marchese di Laino Ferdinando nello scambio dei prigionieri venne liberato. Nel 1536 Carlo V, di ritorno dall’impresa di Tunisi, a cui aveva partecipato anche il marchese Ferdinando de Cardenas, sostò a Laino nella nobile Casa Monaco, salutando (si tramanda) il popolo festoso; quindi ripartì per Napoli dove il 6 gennaio 1536 entrò trionfalmente con don Ferdinando de Cardenas a fianco.Roberto Maradei, nonno del giurista Francesco e del vescovo Giacinto, il 5 agosto 1551 ottenne dallo stesso Carlo V un privilegio sulle terre di Laino che si estese a tutti i discendenti. L’università di Laino, ossia la Comunità Lainese, ottenne nel medioevo numerosi privilegi che vanno sotto il nome di Statuti di Laino. Gli statuti furono dati a Laino in tre volte sotto le signorie di Venceslao Sanseverino, Barnaba Sanseverino e Ferrante de Cardenas. I primi composti di ottantotto articoli redatti dall’università Lainese, furono presentati da una delegazione di cittadini al conte Venceslao Sanseverino, signore di Laino, il 14 febbraio 1470; l’8 giugno 1475 altre venticinque norme vennero richieste e concesse dal conte Barnaba Sanseverino e il 9 settembre 1535 il marchese Ferdinando de Cardenas (che nel 1531 pretendeva un jus patronato sulla chiesa di S. Teodoro), su istanza del Sindaco pro-tempore, nobile Orlando Pannino, concordò per 250 ducati con l’Università gli ultimi trentacinque capitoli. Gli statuti (trentadue carte manoscritte, con uno schizzo a penna del territorio di Laino), composti di 148 articoli complessivi con note e documenti intercalari, scritti in latino volgare misto a parole dialettali e italiane quelli emanati sotto i Sanseverino e in italiano quelli dei de Cardenas, costituiscono un documento essenziale della Laino medioevale, che fornisce un notevole contributo allo studio delle municipalità della Calabria Citra, oltre che la dimostrazione del potere deliberativo conseguito da quella Università. Si tratta di un complesso di norme ricavate da consuetudini locali in materia di commercio, di amministrazione e, in particolare, di usi civici e rurali le cui norme più antiche erano ancora in vigore nel 1718, come si evince dalla ordinanza di quell’anno, a firma del nobile Don Cesare Falese, soprintendente della Corte Marchionale, riguardanti la chiusura al pascolo di terre demaniali con riferimento all’art. 105 degli Statuti. Pure la “terraggera”, rara e antica forma di uso perpetuo di “legnare, pascolare, far erba e seminagli” nei possedimenti di S. Ianni e S. Filpo, già di natura ecclesiastica, concessa ai contadini della zona in cambio di parte del raccolto (terratico o mezza convertenza negli anni di semina), ancora oggi in vigore, risale al 1500, prima dell’investitura del Cardinale Orsini e risulta sancita in documenti ufficiali dell’epoca. Leandro Alberti, in un suo trattato del 1550, collocava Laino Borgo in Lucania e Laino Castello in Calabria, fissando nel corso del fiume Lao la demarcazione dei due territori.Scipione Mazzella nel 1559 scriveva: «Laino, edificato sulle rovine dell’antica Lau, è detta terra ornata del titolo di Marchese soggetta alla famiglia de Cardenas, Laino ha 563 fuochi...»;  e Girolamo Marafioti nel 1601: «...appresso si incontra un castello chiamato Laino, ma da Plinio è chiamato Laio per cagione del fiume Lao che gli scorre accanto, è castello mediterraneo in luogo alto edificato, la cui origine è stata dagli Ausoni e dopo fu posseduto dagli Enotri...» Nel 1591, nella chiesa parrocchiale dello Spirito Santo di Laino Borgo, solo dieci famiglie avevano il diritto scannorum usus ad concionem. Fra gli altri (come si rileva dalla Platea Clerale dell’epoca) vi figuravano i casati Falese, imparentato con i Sanseverino e gli Spinelli, e Maradea: queste potenti famiglie avevano beni in Laino, Castelluccio, Viggianello, Lauria e Napoli.Nel XVII secolo a Laino era netta l’influenza spagnola nei costumi, nel linguaggio e persino nello stile edilizio. È pure di quella epoca il dilagare di credenze, esorcismi, spiriti, folletti e malefici e tra la popolazione, nobili e plebei, era diffusa la pratica delle “magarie”. Nel 1647, durante la rivolta napoletana di Masaniello contro il malgoverno degli spagnoli, Marcello Tosardo stabiliva il suo quartiere generale nella fortezza di Laino, allo scopo di sollevare le genti calabresi, ma dopo poco moriva a Luzzi. Nel 1690, a Laino, veniva costruito dalla famiglia Gazzano un ospedale e vi era anche una confraternità laicale e una di padri domenicani. Il secolo XVIII è più ricco di mutamenti: finisce la dominazione spagnola, il Viceregno di Napoli dagli Autriaci passa ai Borboni e con loro si hanno tentativi di riforme, vengono aboliti i privilegi nobiliari, inizia il potere della borghesia, l’abolizione dell’inquisizione, della manomorta e della decima (parte del raccolto che spettava al feudatario); molti lainesi, della nobiltà e anche della borghesia, seguono a Napoli regolari corsi di studi, per lo più ecclesiastici, addottorandosi e ottenendo brillanti affermazioni nelle principali città dell’Europa. Nel 1799 a Laino, come nei paesi vicini, viene innalzato l’Albero della Libertà che rimane per alcune settimane nella piazza, mentre amministratori democraticamente designati dal costituito collegio elettorale reggono il Municipio; nel giugno di quell’anno, però, caduta la Repubblica Partenopea, violenta è la repressione del cardinale Ruffo col suo esercito di Sanfedisti e la zona è fatta segno di incendi, ruberie, eccidi e vendette. In quella occasione pare che, assieme a Rocco Stoduti e alla sua ciurma, è, a Laino, anche Michele Pezza, il famoso Fra Diavolo, per ripristinare il potere dei nobili rimasti fedeli alla Casa Borbone. Allora i migliori Lainesi che avevano partecipato al governo del Municipio o si erano dimostrati favorevoli alla Repubblica vengono trucidati e i più fortunati devono fuggire, nascondersi in luoghi più sicuri.Intanto la legge 2 agosto 1806 sancisce l’abolizione della feudalità e Maria Giuseppa De Cardenas è l’ultima marchesa del feudo di Laino. Nel 1806 la popolazione di Laino, assieme a quelle dei paesi vicini, tenta senza successo di resistere all’occupazione francese lungo la strada delle Calabrie (tentativo poi ripetuto l’anno successivo con uguale esito) e il 9 marzo di quell’anno, dopo la caduta dei Borboni, i Francesi entrano a Laino e formano le squadre lainesi. Nel 1807, durante la loro occupazione, mandano alla fucilazione don Domenico Dulcetti e un altro sacerdote che erano andati, in processione col Sacramento, incontro al feroce maggiore borbonico scaleota Giuseppe Maria Necco (poi nominato, nel 1815, da re Ferdinando, capitano di polizia del Regno) che era venuto con folta schiera di uomini a scacciare gli occupanti. Il fenomeno del brigantaggio nei secoli XVIII e XIX attecchì anche a Laino, ove fiorirono bande ben organizzate, finanziate dal clero e dai borbonici. L’ignoranza e la miseria del popolo riconobbe e accettò la violenza e il diritto del più forte come unica possibile contrapposizione alle ingiustizie, alle angherie e alle vessazioni del potere costituito del tempo e in località “Timpe Rosse”, così denominata per le rupi rossicce a picco sul fiume Lao, e, più in là, negli anfratti delle contrade Malomo e Selvaggio, si nascondevano i predoni e briganti della zona, di ritorno dalle loro scorrerie.In contesa fra loro, all’epoca, frequentavano Laino le bande di Raffaele Santoro, Domenico Pace e Antonio Franco, operando razzie e sequestri di persona. Poi Franco ebbe la meglio sulla banda di Santoro, e questi rimasto solo e catturato assieme alla moglie, a Castrovillari, per la delazione di un seguace del Franco, morì nelle carceri di Mormanno. Qualche anno dopo, in una notte di novembre del 1865, stessa sorte toccò a Pace ed a Franco che furono fatti prigionieri assieme ad altri briganti, a Lagonegro, dal tenente Prati mentre in casa Zambrotti attendevano passaporti falsi per l’espatrio clandestino. 

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